Glenn Glould e l’open source

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Avevo voglia di ascoltare “So you want to write a fugue?” di Glenn Gloud, quindi sono andato su youtube ed ho cercato il brano, anche se ce l’avevo offline sul computer. Ho trovato una versione animata in stile karaoke col testo che in verità conoscevo già da tempo, quasi dieci anni, ma che avevo dimenticato e che soprattutto non avevo ancora rivisto e riascoltato con attenzione. Per quanto sia uno smanettone ai tempi non bazzicavo GitHub, anzi studiavo musicologia ed avevo mollato del tutto l’informatica, quindi non ho fatto caso che alla fine del video c’è un url al codice sorgente che ha permesso la realizzazione di questo video. Codice open source e scritto in Python, uno dei pochi linguaggi che conosco e che so leggere. La cosa mi ha fatto riflettere perchè stiamo parlando di Glenn Gould e Python… e tra i due sicuramente il più conosciuto ai più è Python.

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GNU/Linux su HP Pavilion TouchSmart 15-b190sl

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hp-pavilion-touchsmart-notebook
HP Pavilion TouchSmart 15-b190sl

Prima o poi volevo fare un articolo della serie “GNU/Linux on [ … ] laptop” pieno di trick su come far funzionare definitivamente anche quei componenti capricciosi. Con i miei precedenti 3 portatili non l’ho mai potuto fare perchè mi sono sempre capitate schede video assolutamente non supportate o supportate alla c*z*o che li rendevano portatili sinceramente poco adatti a GNU/Linux. Con questo, il mio nuovo portatile, non posso farlo nemmeno perchè funziona tutto out-of-the-box!! Peccato, mi limito quindi a riportarvi qualche informazione tecnica per nerd:

Processore: Quad-Core Intel® Core™ i3-3227U CPU @ 1.90GHz
00:00.0 Host bridge: Intel Corporation 3rd Gen Core processor DRAM Controller (rev 09)
00:02.0 VGA compatible controller: Intel Corporation 3rd Gen Core processor Graphics Controller (rev 09)
00:14.0 USB controller: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family USB xHCI Host Controller (rev 04)
00:16.0 Communication controller: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family MEI Controller #1 (rev 04)
00:1a.0 USB controller: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family USB Enhanced Host Controller #2 (rev 04)
00:1b.0 Audio device: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family High Definition Audio Controller (rev 04)
00:1c.0 PCI bridge: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family PCI Express Root Port 1 (rev c4)
00:1c.1 PCI bridge: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family PCI Express Root Port 2 (rev c4)
00:1c.2 PCI bridge: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family PCI Express Root Port 3 (rev c4)
00:1d.0 USB controller: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family USB Enhanced Host Controller #1 (rev 04)
00:1f.0 ISA bridge: Intel Corporation HM77 Express Chipset LPC Controller (rev 04)
00:1f.2 RAID bus controller: Intel Corporation 82801 Mobile SATA Controller [RAID mode] (rev 04)
00:1f.3 SMBus: Intel Corporation 7 Series/C210 Series Chipset Family SMBus Controller (rev 04)
01:00.0 Network controller: Qualcomm Atheros AR9485 Wireless Network Adapter (rev 01)
02:00.0 Ethernet controller: Realtek Semiconductor Co., Ltd. RTL8101E/RTL8102E PCI Express Fast Ethernet controller (rev 05)
03:00.0 Unassigned class [ff00]: Realtek Semiconductor Co., Ltd. RTS5229 PCI Express Card Reader (rev 01)

Ci sto usando su Debian/testing con Gnome3 e devo dire che con il touchscreen -per me- è quasi fantascienza. Avevo visto qualche video su youtube ma non potevo rendermi conto della qualità del lavoro che è stato fatto sulle GTK3.x e Gnome3.x.

Gnome3 con un touchscreen è la svolta!!

phpIPAM, open source address management

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phpIPAM è un applicativo web GPLv3 multiutente per l’address management con funzioni automatiche come il calcolo della netmask in base allo spazio di indirizzamento disponibile, funzioni visuali come una dashboard di riepilogo con widget ordinabili ed altri tool integrati. E’ scritto in PHP e Bootstrap3, non richiede particolari estensioni ed usa mysql come database.

Mette a disposizione delle “sezioni” dentro le quali si possono allocare più reti, ulteriori sottoreti ed indirizzi IP con informazioni aggiuntive ed attributi customizzabili ed estendibili. E’ possibile inserire anche macchine, apparati, VLANs ed importare sottoreti direttamente dal database RIPE.

E’ in inglese e tradotto in varia lingue, purtroppo ancora manca l’italiano ma c’è un modulo interno per la traduzione delle stringhe utilizzate.

via | phpipam.net

ElementaryOS, dual monitor e workspaces solo sul display primario.

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Dalla scorsa settimana ho deciso di installare ElementaryOS anche sulla mia workstation al lavoro perchè sia la Ubuntu Gnome 13.04 che la 13.10 mi hanno dato non pochi problemi con continui crash. Anche se sono un fan di ElementaryOS sin dalla prima release ho provato Gnome3 per diversi mesi e devo dire che mi sono trovato molto bene come user experience, soprattutto per la possibilità di escludere il secondo monitor dalla gestione dei workspace: sul secondo monitor tengo tutti i terminali che mi serve avere sempre sott’occhio e sul primo monitor faccio tutto il resto utilizzando molto i workspaces.

Ieri, spulciando su Launchpad, ho scoperto che Gala è basato su libmutter e quindi eredita questa funzionalità da Gnome3! Basta settarla con dconf-editor:

org.gnome.mutter workspaces-only-on-primary

Mai più senza: F11 mappato in un angolo dello schermo con xdotool #elementaryOS

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Mentre qualcuno elogia Google per il nuovo portatile con una risoluzione 3:2 molto più comoda “per lavorare” (ma anche per fare qualsiasi cosa che IMHO non sia guardarsi un film in 16:9) il resto delle persone che hanno comprato un portatile negli ultimi anni se lo sono ritrovati con uno schermo in -appunto- 16:9 e praticamente senza una possibilità di scelta diversa, perchè oramai i monitor sono tutti in 16:9.

Ora: tra barre, controbarre e toolbars… oggettivamente lo spazio usabile sul monitor è cambiato, se qualche genere di applicazione (ad esempio Gimp e le sue toolbar verticali) ne giova, altre ne perdono. IMHO i browser ne perdono tutti. Entrare in modalità tutto schermo non è sempre conveniente, nelle tastiere i tasti Fxx stanno andando sempre più frequentemente nel secondo livello ed hanno bisogno del tasto selettore fn, nel mio portatile con F11 metto in mute l’audio.

Mappare un angolo dello schermo che si comporti come il tasto F11 mi è sembrata la soluzione più ergonomica per entrare ed uscire dalla modalità fullscreen senza click ne tasti… ed ormai non posso più farne a meno!

Toast Machine

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La Toast Machine è un distributore automatico di software libero in grado di masterizzare distribuzioni GNU/Linux su CD/DVD, copiare su supporti removibili USB/SD le immagini ISO, raccolte di sofware libero per altre piattaforme o materiale informativo.

L’idea è del LugCR e nasce per risolvere il problema dei supporti CD/DVD preparati in gran quantità in vista di eventi pubblici come i Linux Day ed avanzati perchè l’affluenza di pubblico è stata minore. Ma capita anche l’opposto, ovvero che si verifica una affluenza maggiore e non si hanno abbastanza CD da consegnare a chi li richiede perchè è interessato al software libero.

La Toast Machine permette di masterizzare, self service o con un assistente, solo quello che serve. Oltre a permettere di copiare software libero direttamente su chiavetta USB, gadget che ormai chiunque ha in tasca.

La Toast Machine è scritta in Python/gtk ed è rilasciata sotto i termini della licenza GPLv2.

Nel Novembre 2010 la rivista Linux PRO (N.97) ha pubblicato un articolo che racconta l’esperienza del LugCR nella realizzazione ed allestimento di una Toast Machine.

Nota (06/2012): Attualmente il progetto è in mantenimento e non verrà portato su python 3.

Screenshots

Installazione

Al momento la Toast Machine è testata solamente su Ubuntu GNU/Linux 10.04 ma dovrebbe funzionare senza grossi problemi su tutte le distribuzioni che sono in grado di risolvere le seguenti dipendenze: python-pam, python-gksu, brasero, udisks, python-gtk2, xloadimage, *gettext.

Per trasferire le immagini avviabili su chiavette USB o SD è necessario che l’utente a nome del quale giri la Toast Machine appartenga al giusto gruppo, in base alle distribuzione. Ad esempio su Ubuntu è il gruppo disk.

sudo usermod -a -G disk username

Per utilizzare la Toast machine in modalità chiosco con una sessione X dedicata è necessario non instarla in /usr/local in quanto GDM potrebbe non trovare il file xsession. E’ preferibile installarla con l’apposito script (in attesa di una pacchettizzazione ufficiale):

sudo python setup.py install –prefix=/usr

Download

Non esistono ancora pacchetti per le varie distro, è possibile solamente scaricare i sorgenti da launchpad:

Toast Machines in azione

Stand del LugCr alla festa del volontariato – Cremona
LugCR, autori dell’articolo su “Linux PRO”

aMiscela

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aMiscela è un’app che serve a calcolare con una buona precisione quanto olio è necessario per fare la famosa «miscela». Il calcolo è molto semplice ma non tutti riescono a farlo a mente e magari mettono in moto con la paura di grippare perché si è aggiunto poco olio alla benzina o con la paura di ingolfare facile perché si è aggiunto troppo olio!

aMiscela è tral’altro una minchiata di pochissime righe di codice che ho scritto giusto per prendere confidenza con lo sviluppo su Android…

…però funziona :)

Screenshot

Licenza

Non c’è alcuna licenza. L’applicazione è rilasciata al pubblico dominio.

Download

QR Code generator
    amiscela-0.1.apk
    (md5: 3a526196df13223784410edd8fbd1101)

    Le web app con Epiphany: Facebook, ma mobile

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    Mi sono intrippato con le web app, penso che si era capito da qualche precedente articolo, e da questo.

    Dopo Twitter e Google Tasks andava affrontato il problema di Facebook, piattaforma che non amo troppo ne frequento tanto ma che ormai moltissima gente usa come canale di comunicazione principale. Anche i miei amici, e le mie amiche. Infatti lo uso praticamente solo come messaggistica tramite l’app Facebook Messenger su Android e poi al limite do un’occhiata o posto qualche cagata direttamente dal sito mobile col browser dello smartphone.
    Infatti è stato proprio guardando la barra degli indirizzi del browser mobile che mi è venuta l’idea di provare come sarebbe venuta una web app della versione mobile di un sito…
    …per le mie esigenze asociali la web app fatta col sito mobile (http://m.facebook.com) basta ed avanza!
    ~keep it simple

    Le web app con Epiphany: Google Tasks

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    Approfitto del raro evento in cui la mia TODO list è vuota per fare uno screenshot della webapp epiphany per Google Tasks!

    Se non ne avete mai fatte ho spiegato in un precedente articolo come creare webapp con epiphany e modificarne l’icona.

    Per quanto riguarda GTasks l’url da utilizzare è questo:

    ed un’icona senza troppe pretese e già presente nel sistema può tranquillamente essere stock_task.png (stock delle GTK).

    Come mi sono fatto andare bene Shotwell

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    So che c’è tanta gente che non va molto d’accordo con i programmi per la gestione personale delle fotografie tipo Shotwell, digiKam, F-Spot, gThumb, fotoxx, etc, etc. Lo dico perchè sono stato uno di questi e lurkando in giro ho letto tante lamentele di gente che avrebbe preferito un programma semplice che permettesse semplicemente di organizzare le proprie foto in album directorycentrici piuttosto che in eventi che raggruppano foto importate nel filesystem con una struttura interna di directory e sottodirectory basata sulla data dei metadati EXIF che non tutte le foto purtroppo hanno. Con un po’ di amarezza ho scoperto che un programma bello e semplice come Shotwell che tenga le foto organizzate sul filesystem in una maniera più directorycentrica… non esiste. Dunque mi sono interrogato sul perchè e sono arrivato alla personale conclusione che forse non esiste perchè se tutti volessero tenere le foto organizzate in album in cartelle basterebbe un file manager in grado di fare una anteprima visibile, e quello -si- esiste e si chiama nautilus, anche se non ha funzioni specifiche.

    E’ innegabile che applicazioni del genere sono comode ed utili e pure fatte bene, quindi ho cercato di capire meglio come funzionavano e fino a che punto fossero customizzabili senza esagerare coi tweak per trovare una soluzione che mi stesse bene ed alla fine la mia scelta è ricaduta definitivamente su Shotwell perchè IMHO è il più semplice ed ha alcune funzionalità e impostazioni davvero interessanti. Senza nulla togliere alle altre applicazioni che sono anche potenti, ma meno semplici e con interfacce IMHO poco ergonomiche.

    Prima di tutto: Shotwell non modifica le fotografie importate, come iPhoto mantiene le originali nella cartella di importazione e quelle modificate nel suo database, compresi i metadati, a meno che non si voglia scriverli fisicamente nelle foto, ed è in grado di tenere monitorata la cartella della propria libreria per aggiunere automaticamente anche le foto copiate manualmente e non importate da un dispositivo. Questa IMHO è una cosa molto utile perchè di fatto lo rende anche una specie di frontend in grado di mostrare foto già esistenti sul filesystem e di aggiungere i metadati per poterle arricchire lasciandole comunque dentro le cartelle-album con una struttura personale.

    Lo screenshot esemplifica la mia soluzione: ho impostato Shotwell per gestire e tenere monitorata la cartella ~/Immagini/Fotografie piuttosto che la default ~/Immagini (questo per evitare che venissero automaticamente aggiunti alla libreria altri file che tengo nella cartella Immagini, tipo gli sfondi) ed ho impostato una struttura personalizzata delle sottodirectory della libreria di Shotwell prependendo la cartella [Importate] al modello. In questa maniera posso tenere separate le foto importate con Shotwell dalle altre foto già esistenti, senza escludere il poter spostare manualmente le foto in un secondo momento per organizzarle sul filesystem in una maniera più coerente ma comqune sempre all’interno della libreria di Shotwell.

    Inoltre, per facilitare il backup, è anche possibile spostare la directory di configurazione ~/.shotwell/ dentro la stessa cartella delle libreria e poi rimpiazzarla con un link simbolico in quanto le cartelle nascoste non vengono monitorate anche se dentro la posizione della libreria!

    #iTunes su #VirtualBox e libreria su cartella condivisa su #Ubuntu

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    Prima di essere uno smanettone sono un musicista, e prima di essere un musicista sono un musicofilo maniaco dei tag. Un mp3 non varca la directory Musica della mia $HOME se non è scrupolosamente taggato. Non arrivo a livelli davvero paranoici ma il minimo, oltre all’autore e l’album, deve essere l’anno ed il genere, e possibilmente la copertina ad una risoluzione di minimo 500px.

    Da più di dieci anni utilizzo easytag per correggere ed uniformare i vari tag, visto che permette anche di rinominare i file in base ai tag non ho mai avuto la necessità di particolari applicazioni tipo rhythmbox o banshee nonostante reputi siano delle buone app anche per tenere organizzati gli mp3 sul filesystem. 

    Però ho un iPod classic ed uso iTunes. Ho la vitale necessità di avere un dispositivo da quale possa valutare i brani, classificarli con le “stelline” in modo da poter avere delle playlist automatiche che mi riportino i brani che devo ancora ascoltare, quelli che devo studiare, quelli che so suonare, i pezzi bellissimi, i capolavori, quelli che ho skippato tot volte ed avrebbero diritto all’appello/revisione e quelli che ho skippato abbastanza volte e forse non mi interessano e verrano cancellati. Tutto questo deve essere sincronizzato tra il mio computer ed il mio lettore mp3, questo vuol dire che se contrassegno dall’iPod un brano mentre sono in macchina dovrei ritrovarmelo contrassegnato anche sul mio PC e viceversa. Itunes, credo, sia l’unica app che permette al momento di fare questo.

    Bene, la mia soluzione è stata installare iTunes dentro VirtualBox, configurare ~/Musica come cartella condivisa, tenere premuto alt all’avvio di iTunes e collocare la libreria di iTunes dentro la cartella condivisa.

    Poi ho creato in ~/Musica un link simbolico chiamato Discoteca che punta alla sottocartella della libreria di iTunes dove effettivamente gli album stanno ben organizzati sul filesystem e configurato rhythmbox per utilizzare quel link come root della propria libreria, però in sola lettura, ovvero disattivando eventuali opzioni che alterino i metadati già scritti.

    Con le guest additions installate è poi possibile con il tasto host+l integrare il desktop della macchina virtuale che rende il tutto esteticamente discreto.

    Tirando le somme: se si dispone di un computer mediamente potente che riesce a fare girare VirtualBox senza impallarsi a swappare… è possibile utilizzare e favorire Linux senza dual boot. Anzi, se non si tratta di applicazioni che richiedono molte risorse, è sicuramente più stabile, sicuro e performante utilizzare una installazione di Windows virtualizzata, della quale si può anche fare una istantanea a mo’ di backup da ripristinare al volo quando Windows si pianterà… perchè si pianterà comunque prima o poi, non crediate di potervi sfuggire :) :P Se poi disattivate tutti quei servizi che sembrano essere fatti apposta per far piantare il sistema otterrete anche un sistema virtualizzato molto veloce.

    L’unico limite di questo sistema è il ripristino/aggiornamento dell’iPod, perchè quando l’iPod si riavvia avviene la disconnessione USB e nemmeno con i filtri USB di VirtualBox la riconnessione avviene in tempo per completare l’operazione. E’ sempre possibile comunque aggiornare l’iPod da un altro sistema nativo e poi ri-sincronizzarlo da iTunes su VirtualBox senza alcun problema. Se si sta attenti a disconnetterlo bene, con un po’ di fortuna non vi capiterà mai.

    Ultima cosa: per permettere a VirtualBox di accedere al sottosistema USB (e quindi all’iPod) è necesario aggiungere il proprio utente al gruppo vboxusers

    $ sudo usermod -a -G vboxusers `whoami`